Del Cammino e del Peregrinare


Nella Grecia classica sono innumerevoli i luoghi sacri meta di pellegrinaggi: il più famoso è sicuramente Delfi, dove si giungeva, seguendo un itinerario prescritto dettagliatamente, per ricevere i responsi della Pizia; si andava invece in altri templi per ottenere guarigione dai malanni del corpo o dell’anima. Il pellegrino si muove alla ricerca di risposte a un dubbio esistenziale, per l’incertezza di una scelta importante, per una speranza di risanamento. Se per gli indiani è Benares luogo di purificazione per eccellenza, per gli ebrei è Gerusalemme, mentre per i Musulmani il pellegrinaggio alla Mecca è addirittura uno dei 5 pilastri delle regole coraniche. Nel mondo ebraico il pellegrinaggio è stato praticato ben prima che nel mondo cristiano: soprattutto il pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme è stato il vero antecedente sia di quello a Roma sia di quello alla Mecca: tutti i maschi ebrei erano tenuti a recarsi a Gerusalemme (il bambino quando era in grado di camminare dando la mano al padre).



Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela

Nei primi secoli della cristianità il pellegrinaggio è essenzialmente un’esperienza individuale; meta prediletta: la TERRA SANTA, luogo della vita e della passione di Cristo. Lì molti siti sono sacri per più di una religione, ad esempio: la pietra che conserva tracce del sangue di Cristo e l’altare del sacrificio di Abramo, la tomba di Samuele oggetto comune di culto per cristiani, musulmani, ebrei. Le acque del fiume Giordano hanno il potere di sanare innumerevoli malattie e i vestiti indossati durante il battesimo nel fiume sacro vengono accuratamente riposti e conservati per farne poi eventualmente lenzuoli funebri. Non mancano nella zona del Mar Morto numerose terme e sorgenti di acque guaritrici dove si recano anche i lebbrosi e si vendono preparati terapeutici. Qui credenze leggendarie e verità di fatto si mischiano in un tutto inestricabile.

In questi tempi lontani il viaggio si compie all’insegna dell’imprevedibilità. Le conoscenze approssimative del percorso lasciano, anche ai viaggiatori più metodici, un enorme margine di casualità, imprevisti e sorprese. Del resto l’imprevedibilità trovava il suo senso nel sentimento di accettazione del disegno divino di cui l’imprevisto era il segno. L’ossessione moderna per la programmazione ci priva di un importante contenuto e senso del viaggio stesso: il piacere della sorpresa e la gratificazione di saper far fronte agli imprevisti.

Gradualmente cresce l’importanza di Roma insieme all’affermarsi del potere teocratico dei papi e diventa l’altra Gerusalemme, dove ci si può recare senza correre il rischio di cadere nella mani degli ‘infedeli’. E’ soprattutto con il giubileo del 1300 che si impone il valore del pellegrinaggio a Roma. Gli itinerari dei pellegrinaggi maggiori (Gerusalemme, Santiago di Compostela, Roma, Canterbury, S. Michele Arcangelo in Puglia, …) sono determinanti per la fondazione di santuari, monasteri, strade, ospizi, mercati. Grandi arterie entro le quali scorre una linfa vitale che alimenta e nutre la crescita culturale in tutta l’Europa. Occasione di contatto e dialogo tra masse di persone provenienti da tante nazioni diverse, fonte di apprendimento e di diffusione di culti e tradizioni fino ai luoghi più sperduti: contributo decisivo nel creare una linguaggio e una quadro simbolico di riferimento che unifica la cultura europea.
La famosa Via Francigena taglia l’Europa da Nord a Sud unendo lungo una retta ideale Canterbury a Roma (ricalcando in Italia tratti della romana via Cassia). Dalle direttrici maggiori si sviluppano pellegrinaggi minori, spesso legati all’esistenza di reliquie di santi, leggende di apparizioni o acquisizione di indulgenze.

La storia dei pellegrinaggi nel mondo cristiano si lega indissolubilmente all’evoluzione della concezione del rapporto tra assoluzione e penitenza. Mentre nella chiesa primitiva il peccato conosce rare assoluzioni, rimandate in genere alla fine della vita, si deve invece ai monaci irlandesi l’aver operato una vera e propria rivoluzione, introducendo un ingegnoso sistema per così dire ‘contabile’ del rapporto tra peccato/assoluzione/penitenza, per cui ad ogni categoria di peccato fa riscontro una determinata penitenza necessaria per ottenere uno ‘sconto’ sulla pena del Purgatorio. La dottrina penitenziale della chiesa irlandese si diffonde e si sviluppa così, a partire dal secolo VIII, il pellegrinaggio penitenziale, che diventa un’esperienza sempre più di massa. Con la concessione di INDULGENZE la Chiesa perfeziona ulteriormente questa pratico marchingegno: con penitenze varie (tra le quali il pellegrinaggio o le elemosine) si ottengono sconti sulla pena da subire in Purgatorio, cosicché alla fine del Medioevo pochi pellegrinaggi possono prosperare senza indulgenze. E’ però con il primo giubileo in FORMA PLENARIA che si attua un vertiginoso salto di qualità: siamo nel 1300 e ai pellegrini che arrivati a Roma visitino le 4 Basiliche maggiori Bonifacio VIII accorda indulgenze eccezionali. Inizialmente previsto ogni 100 anni, che si riducono a 50 con Clemente VI, poi a 33 e infine a 25 con Paolo II (1470). Anche alle crociate sono legate le indulgenze.
Vero è che ogni celebrazione anniversaria era comunque sentita in maniera assai più intensa di oggi e in fondo la pratica del giubileo si è collocata anche come risposta alle radicali istanze salvifiche dei secoli precedenti e come proseguimento della tradizione dei pellegrinaggi che per tutto il medio evo si erano svolti per penitenza imposta dai sacerdoti, dai vescovi o dai giudici o di propria iniziativa personale.
Anche in altre città si proclamavano dei Giubilei con annesse indulgenze (che però dovevano essere comprate dalla Chiesa di Roma) che potevano essere ‘lucrate’ dalle masse dei pellegrini.

Con riconquista cattolica della Spagna (fine secolo XII – inizio XIII) si apre la via al grande pellegrinaggio di Santiago di Compostela in Galizia, il cui culto è legato al leggendario ritrovamento delle reliquie dell’Apostolo Giacomo. Distrutta la basilica dagli arabi nel 997, la stessa viene poi ricostruita nell’XI secolo con il sostegno di Alfonso VI di Castiglia e dell’ordine di Cluny.

Una categoria speciale di pellegrinaggi sono quelli detti ‘giudiziali’: in questi la pena era sentenziata dai giudici. Importante a questo proposito la prassi introdotta dai tribunali dell’Inquisizione: bisogna però notare che il pellegrinaggio era considerato una pena molto mite. Il mitico Bernard Gui, inquisitore a Tolosa (1323 ca.), su 636 processi, prescrive il pellegrinaggio solo in 16 sentenze. Nei Paesi Bassi anche i tribunali civili per reati minori talvolta prescrivono come pena un pellegrinaggio. Tuttavia, tranne che nelle sentenze dell’Inquisizione, la pena spesso poteva essere commutata in un versamento di denaro: in poche parole il pellegrinaggio se lo faceva chi non riusciva a racimolare la somma sufficiente.

Partire è un po’ morire: Se la rituale periodicità e l’incremento stesso del numero dei pellegrini fanno ricollocare il viaggio nell’ambito della ‘normalità’, nondimeno i rischi, gli imprevisti, i pericoli connessi al viaggiare restano comunque grandi e temibili, tanto da rendere il viaggio una scelta di portata estrema, e quindi soggetta ad una certa regolamentazione sociale e giuridica. La morte durante il viaggio è un’eventualità tutt’altro che remota, tanto che sopra la tomba, il disegno del bastone e del cappello del pellegrino indica viaggi mai terminati, di anonimi viaggiatori morti lungo il cammino. La ritualità della partenza esprime proprio la valenza radicale di questo evento: il pellegrino prima di intraprendere il cammino viene benedetto durante una messa appositamente celebrata, chiede perdono a tutti coloro che ha offeso, fa confessione e testamento fissando un termine oltre il quale può essere considerato morto; in mancanza di diverse disposizioni il clero locale è considerato custode dei suoi beni. Non di rado i ricchi fanno donazioni di beni alla Chiesa con condizione di ricevere un usufrutto in caso di ritorno (la chiesa si impegnava anche a dare una sorta di pensione alla vedova e agli orfani del pellegrino morto in viaggio).

L’abbigliamento del pellegrino: mentre gli antichi pellegrini penitenziali camminano scalzi o addirittura con catene, i semplici pellegrini indossano invece abiti un po’ particolari, che li contraddistinguono e li differenziano rispetto ai normali viaggiatori:
il BORDONE, forte bastone con punta di ferro, è la 3° gamba del pellegrino, aiuto nel cammino ma anche strumento di difesa da possibili aggressori, e simbolo resistenza contro il male.
la BISACCIA, di piccole dimensioni proprio per far si che i pellegrini confidino nell’elemosina, nella provvidenza divina. Si allude anche chiaramente alla mortificazione dei vizi.
La SCHIAVINA, veste di panno ruvido, e più tardi un CORTO MANTELLO e CAPPELLO a tese larghe.
Qualche volta un recipiente per l’acqua e una ciotola.

Un abbigliamento molto rudimentale per noi che siamo abituati ai tecnicismi dei vari goretex o vibram, ma essenziale e carico di una profonda simbologia, dove ogni oggetto trascende il suo uso pratico e si fa portatore di significati metaforici.

Diversi simboli indicano la destinazione (o la provenienza) del pellegrinaggio: RAMO DI PALMA per Gerusalemme, CONCHIGLIA per Santiago di Compostela, CHIAVE per ROMA.

Questi simboli, insieme alla lettera di accoglienza, servivano anche a esentare il pellegrino dal pagamento dei pedaggi e a difenderlo in una certa misura dalle aggressioni di ladri e banditi. Il problema della SICUREZZA riguardava TUTTI: mercanti, viaggiatori e pellegrini. Vaste regioni d’Europa erano infestate da briganti che vivevano assaltando e derubando viaggiatori e pellegrini, ma che in una certa misura rispettavano l’attestato (lettera di accoglienza) di pellegrino o addirittura rilasciano un loro lasciapassare da esibire ad altri banditi a scopo protettivo. La Chiesa si preoccupa di salvaguardare la sicurezza dei pellegrini: nel concilio Laterano del 1123 si arriva a sancire la scomunica per chi molesta i pellegrini o esiga ingiusti pedaggi. E se non bastava il pericolo dei banditi c’erano poi i lupi da affrontare, e le piene sui fiumi, tanto che spesso i ponti sono affiancati da simboli religiosi in funzione tutelare e la manutenzione dei ponti affidata a istituzioni religiose. In mancanza di ponti si attraversava con traghetti oppure con l’aiuto piuttosto incerto di una corda stesa tra le due sponde.
Naturalmente era nel corso dei mesi meno freddi che la maggior parte dei pellegrini si metteva in viaggio: quando il clima più mite avrebbe reso meno problematica l’eventualità di allestire un rudimentale bivacco serale e dornire all’aperto sotto un semplice tetto di stelle. In giornate più lunghe e luminose 30 o 40 km. di cammino si possono più piacevolmente diluire in un arco di tempo maggiore senza correre il pericolo di essere sorpresi dal cadere delle tenebre. Superare d’inverno gli alti passi alpini era non solo oltremodo pericoloso ma in molti casi praticamente impossibile e comunque bisogna tener presente che in tutta l’antichità, praticamente fino al XVIII secolo, le montagne sono state percepite rappresentate e vissute come luogo ostile, pericoloso e terrifico. Lo stesso paesaggio montano che noi oggi qualifichiamo con aggettivi tipo ‘bello, suggestivo, emozionante’ venira rappresentato come orrido, squallido, terrificante: luogo fantasmatico in cui prendono corpo le più oscure fantasie. Sostanzialmente le catene montuose venivano concepite come un difetto della natura, un inutile ingombro o un pericoloso ostacolo al transito degli eserciti o delle carovane di commercianti e viaggiatori. Quella che per noi escursionisti può essere oggi una entusiasmante passeggiata era per il pellegrino una prova da superare con coraggio, un passaggio anche simbolico in cui dominare la paura.

Santi protettori. Il pellegrinaggio è un viaggio che si compie generalmente in gruppo o in coppie, talvolta in solitario, comunque è una esperienza di distacco temporaneo dalla propria realtà abituale e occasione per restare soli con se stessi, mettersi alla prova e scoprire magari nuovi aspetti di sé, oppure stringere nuove impreviste relazioni.

Idealmente però il pellegrino si muove accompagnato dal potere protettivo di numerosi santi (ognuno ‘specializzato’ per così dire in determinati settori), appellandosi ai quali si ottiene un ‘aiutino’ per superare innumerevoli difficoltà: per difendersi dalle malattie, per attraversare fiumi, scalare montagne, percorrere strade solitarie infestate da briganti. Angeli e gli Arcangeli sono potenti protettori del cammino, in particolare, RAFFAELE, GABRIELE e soprattutto MICHELE cui si dedicano vari importanti santuari in Italia e in Francia.
Tra tutti i Santi protettori dei pellegrini spicca, per la sua vicenda emblematica e per il culto che ha generato, Rocco di Montpellier. Le sue vicissitudini ne fanno un mito e una figura ideale di riferimento impareggiabile, talmente simbolica che il corto mantello indossato dal pellegrino è detto ‘SANROCCHINA’. La sua storia leggendaria: nativo di Montpellier, rimasto orfano vende tutti i suoi beni e si mette in cammino per Roma. Si imbatte in quel flagello che a ondate si abbatte sulle città europee: la ‘morte nera’, la peste. Ad Acquapendente decide di fermarsi a curare gli ammalati. Arrivato a Roma vi si stabilisce per 3 anni sempre dedicandosi alla cura degli ammalati e compiendo guarigioni prodigiose. Ripresa la strada del ritorno viene a sua volta colpito dalla peste, e, cacciato da Piacenza, si ritira nei boschi di Sarmato e sopravvive grazie alle cure di un aristocratico locale, Gottardo Pallastrelli, che poi, imitando il suo esempio, si libera delle sue ricchezze e lo segue nel suo peregrinare. Era stato però il cane dell’aristocratico, spinto da un prodigioso istinto caritatevole, a portargli per primo quel pane, che aveva dato il via al lento processo di guarigione. Ed è per questo che Rocco, dopo aver speso gran parte della sua vita per curare uomini si dedica alla cura degli animali colpiti da una morbo simile alla peste. Dopo qualche tempo i due compagni di cammino si separano e, mentre Gottardo va verso le Alpi, Rocco si rimette in rotta per Montpellier, ma, sospettato di spionaggio e imprigionato ad ANGERA (Lago Maggiore) vi muore dopo 5 anni, dimenticato da tutti. Grazie a una serie di prodigi verificatisi dopo la sua morte si comprende che il mendicante non è la spia che era stato sospettato di essere ma un santo. Le sue reliquie sono venerate in diversi luoghi e il suo culto testimoniato da innumerevoli cappelle. Rocco è esempio di ciò che Dio può fare servendosi degli uomini addirittura a loro insaputa. Le sue vicende altalenanti un simbolo della insindacabilità e imperscrutabilità dei voleri divini. Emblema di San Rocco la conchiglia di Santiago e suo fedele compagno: il cane che gli aveva salvato la vita.

L’ospitalità lungo il cammino: ospizi e monasteri
Fin dai primi secoli all’assistenza dei pellegrini si dedicano i monaci, secondo una concezione che vede nel pellegrino la rappresentanza del divino. Questa pratica viene messa in atto in particolare dai Benedettini e a partire dal IX secolo i monasteri debbono stanziare a questo scopo notevoli somme. Con l’allargarsi della prassi del pellegrinaggio debbono essere costruiti appositi ospizi per l’accoglienza (i primi sono quelli irlandesi). Naturalmente c’era anche l’ospitalità a pagamento nelle locande ma solo per chi poteva permetterselo. Già verso il XII sec. sulle rotte dei grandi pellegrinaggi c’era un’ampia rete di ospizi ben organizzati (gestiti da vari ordini religiosi), a non più di 1 giornata di cammino tra l’uno e l’altro. Alcuni importanti e noti, altri piccolissimi e sconosciuti, anche sui passi di montagna.

I servizi forniti variano molto da luogo a luogo. Spesso l’ospizio è solo un ricovero per dormire (a volte spartanamente sulla terra battuta, a volte condividendo un letto con altre persone); il cibo sovente si limita a una pagnotta e a una minestra di verdure, comunque vitto e alloggio dipendono anche dal rango del pellegrino. L’alimentazione a base di carne era riservata ai ricchi, quella vegetariana ai poveri. Le regole monastiche impongono esplicitamente di dar da magiare ai poveri cibi ‘rustici’ e misurati, per non incoraggiare il ‘vizio della gola’ o far rischiare l’indigestione. E’ un pericolo che nobili e alti prelati non corrono: per loro si preparano banchetti separati.
Altro compito speciale e importante: la cura dei piedi doloranti e piagati del pellegrino, atto simbolico che richiama l’esempio di Cristo.

Col tempo l’accoglienza ai pellegrini diventa un grosso onere per i monasteri e col passare dei secoli vengono stabilite limitazioni per il numero di pellegrini da alloggiare e la durata del soggiorno.
Roma registra una eccezionale affluenza di pellegrini già per il Giubileo del 1300, dunque sin da allora per i romani questo evento diventa una grossa occasione di business. L’accoglienza del pellegrino si fa organizzazione, tanto che alla fine del ‘600 si contano decine di ospedali pubblici e ancor di più ospizi specifici per le singole nazionalità. E’ difficile il calcolo dei profitti derivanti dai giubilei in quanto anche l’accoglienza comporta degli notevoli investimenti.

Molti si ammalano lungo il cammino, specialmente nel pellegrinaggio a Gerusalemme, tanti non giungono alla meta. Ci sono luoghi mitici di guarigione e oggetti terapeutici speciali – ad esempio l’agnus dei (costituito da cera e polvere delle ossa dei santi) – usati come vere e proprie reliquie (medicina magica). A Roma si sviluppa il commercio di varie pomate e unguenti, dai nomi di santi e apostoli, e si amplia il business dell’importazione di spezie dall’Oriente. Sono gli stessi pellegrini a farsi promotori della diffusione di questi preparati medicinali, sperimentati nel loro pellegrinaggio e dimostratisi più o meno efficaci.
Le guide di tutti i tempi sono prodighe di consigli o ricette per prevenire o curare i mali tipici del pellegrino: vesciche, insolazioni, raffreddamenti, congelamenti, orticarie, screpolature, disidratazione, dissenteria, distorsioni…
A volte il pellegrino si ferma a lungo nell’ospizio per rimettersi in salute e la guarigione è verosimilmente dovuta alla regolarità dell’alimentazione. Dunque dopo varie cure (utili o no) il paziente si rimette in viaggio e gli ex voto costituiscono un’utile indizio per capire il tipo di male che questo o quel santuario era specializzato nel curare. Sembra che la percentuale più alta di guarigioni (oltre il 40%) si registri per malati di paralisi, inazione e contratture (tra l’altro tutti malanni che possono contenere un’importante componente psicosomatica).

Le posizioni critiche nei confronti dei pellegrinaggi sono antiche quanto i pellegrinaggi. La letteratura contro i pellegrinaggi parte con i PADRI della CHIESA e percorre tutta la storia del cristianesimo. ERASMO, CALVINO, LUTERO, ZWINGLI sono CONTRARI al pellegrinaggio che comporta l’abbandono della famiglia e delle proprie attività abituali, il culto delle reliquie, la contabilità delle indulgenze.. Lutero propone l’abbandono dei pellegrinaggi perché a Roma ‘non si vedono buoni esempi’. La contrapposizione tra i fautori della stabilità della vita nello spazio raccolto del monastero contro la pericolosità materiale e spirituale del peregrinare è motivo che attraversa tutta la storia del cristianesimo. Si criticano in particolare i pellegrinaggi femminili sottolineando il pericolo di finire nella prostituzione per racimolare le elemosine. Nel 700 Goethe stesso nel suo ‘Viaggio in Italia’ testimonia quanto fossero trattati male i pellegrini e considerati come vagabondi. Nel corso del XVIII secolo in vari paesi si regolamentano in senso restrittivo i pellegrinaggi fino ad arrivare alla soppressione delle confraternite (1783) che costituivano il supporto dei pellegrinaggi.

Il pellegrinaggio al femminile.
Se è vero che il tema del viaggio non appartiene al territorio simbolico femminile, tuttavia quel particolare tipo di viaggio che è il pellegrinaggio, è stato uno spazio di relativa ‘libertà’ femminile. La cultura dominante in generale ha disapprovato il pellegrinaggio femminile in quanto frutto della ‘insana’ curiosità femminile e apertura verso una pericolosa promiscuità. D’altra parte la donna ha sempre avuto un più stretto contatto col corpo e il desiderio di toccare le sacre reliquie è stata una molla importante del pellegrinare. C’è l’idea forte che attraverso il CONTATTO o la VICINANZA si generi una energia guaritrice o comunque vivificante. Vale anche come esempio attuale l’immane pellegrinaggio di massa ai funerali di Papa Giovanni Paolo II.
In certi casi alle donne viene vietato di avvicinarsi alle reliquie. Ci sono tante donne semplici, non sante, non monache, non aristocratiche, che magari anche con bambini si mettono in cammino, ma è difficile quantificare dati certi. Pare che secondo le poche fonti il totale delle donne in cammino oscillasse tra il 15 e il 20% del totale dei pellegrini, tenendo però in considerazione le differenze sostanziali tra i paesi nordici, dove i costumi sono più aperti, e i paesi meridionali dove le donne sono costrette a una vita molto più segregata.

5 pensieri su “Del Cammino e del Peregrinare

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