Suor Pierluigina: alunni tutti musulmani? Per noi sono bambini


Non dimenticherò facilmente quegli occhi spalancati, che mi fissano con intensità, per percepire dal movimento delle labbra le parole che pronuncio. E poi la delusione nel non riuscire a capire un linguaggio estraneo. Allora gli sguardi si dirigono sul viso della suora, che si presta da interprete. Sono bambine di 6-7 anni, palestinesi di Betlemme.

Ho appena visitato la Grotta, dove la tradizione vuole che sia nato Gesù. Con l’emozione che ti resta quando ti trovi in questi luoghi, sono ora dentro il centro “Effeta”, una istituzione legata al nome di Paolo VI, che è frequentata da bambini e bambine non udenti. La struttura è moderna e decorosa. I corridoi e le sale sono ornate di colorati fiori di carta realizzati dagli alunni: La facciata sfavilla di figurazioni luminose, che fanno respirare ancora l’aria del natale appena trascorso.

Le suore del miracolo
Ad accogliere, all’ingresso, suor Pierluigina Carpenedo, delle figlie di santa Dorotea, una congregazione religiosa che ha la sede centrale a Vicenza. Le religiose, tutte italiane, sono otto e si dedicano interamente ai bambini e ai ragazzi palestinesi, che non hanno l’udito e quindi sono anche incapaci di parlare. La finalità principale della scuola è il superamento dell’handicap attraverso la lettura delle labbra e la modulazione della voce. “Abbiamo messo da parte il linguaggio dei gesti”, tiene a sottolineare suor Pierluigina, direttrice del centro, “in quanto decifrabile solo nella cerchia dei non udenti, mentre questo metodo apre alla relazione con tutti. L’operazione ovviamente non si presenta semplice, perché il bambino non sente la propria voce. Inoltre si trova adover apprendere due lingue: l’arabo parlato e l’arabo classico. Per gli alunni con apprendimento più lento sono previste lezioni private. Ai bimbi con qualche residuo di udito forniamo adeguati apperecchi acustici”.

Una scuola per le mamme
Gli alunni sono 150. Da 1 a 3 anni sono portati dalla mamma o da un altro familiare due volte a settimana nell’ambulatorio per sottoporsi a trattamenti specifici; dopo i 3 anni c’è la scuola d’infanzia; dopo i 6 quella dell’obbligo, che va dalla prima alla decima classe. Ai programmi ministeriali si aggiunge il piano specifico di logopedia. E’ previsto anche un servizio sociale, in modo che sia coordinato il rapporto di riabilitazione tra la scuola e la famiglia, puntando sui genitori, in special modo sulla mamma, che di fatto in Palestina ha un ruolo determinante nell’educazione dei figli. “Per loro abbiamo istituito una vera e propria scuola, perché talvolta sono poco preparate o addirittura analfabete”, è sempre suor Pierluigina che parla. “Per le ragazze e i ragazzi più grandicelli abbiamo inserito l’educazione sessuale, anche perché attraverso la televisione satellitare e internet da una decina di anni si è verificata una vera e propria rivoluzione nei costumi della gente. Sono venuti fuori casi di violenze su minori, sulle donne e sulle mogli. E l’abbiamo chiamata educazione alla vita”.

Tutti musulmani
Gli alunni del centro “Effeta” sono tutti musulmani. “Non c’è problema”, dice suor Pierluigina. “Per noi sono bambini”. Una ventina di piccole alunne, che hanno le famiglie molto lontane da Betlemme sono ospitate dalle suore fino al venerdì, usufruendo così del convitto. Le famiglie sono povere e non possono contribuire più di tanto al sostentamento della centro, che richiede personale e costi elevatissimi. Esse però sono sempre chiamate a dare un contributo, seppure modesto. “Nei casi di maggiore indigenza, ricorriamo alle adozioni a distanza”, dice la religiosa. “Un poliziotto palestinese con moglie e 4 figli, aveva una bambina sorda ed era venuto a sapere del nostro centro. Avrebbe voluto tanto portare la figlia, ma non aveva i soldi e si vergognava di chiedere aiuto. Noi l’abbiamo saputo ed abbiamo iscritto la bimba alla scuola, cercando di venirle incontro con la solidarietà che arriva dall’Italia. Il papà, il giorno che l’ha condotta al centro, è scoppiato in lacrime. Nel prossimo mese di settembre pensiamo di aprire, se Dio ci darà una mano e siamo sicure che ce la darà, gli ultimi due anni per arrivare alla maturità, perché nella Palestina attualmente non esiste alcuna istituzione scolastica che offra l’opportunità del diploma ai ragazzi che hanno il problema della sordità”. Con le parole di suor Pierluigina che risuonano dentro lascio a malincuore quei volti di bambine vivacissime, che urlano la loro voglia di vita.

Luigi Cardarelli

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