Il pellegrinaggio nelle Sacre Scritture


https://i1.wp.com/web.tiscalinet.it/palesemacchie/images/Foto%20Manifestazioni/pellegrinaggi.jpgAbramo stesso è il primo pellegrino della storia israelitica. Dall’uscita dalla sua casa e dal suo paese, tutta la sua vita, in fondo, è un pellegrinaggio alla ricerca di un contatto sempre più profondo con il “nuovo” Dio che ha scoperto. In particolare poi egli si reca a visitare i luoghi santi cananei: Sichem (Gen 12,6-7), Betel (Gen 12,8), Mamre presso la quercia sacra (Gen 13,18), Bersabea (Gen 21,33). A Bersabea va pellegrino anche Isacco, che in quel luogo ha una teofania (Gen 26,24-25), mentre Giacobbe incontra il Signore recandosi a Betel (Gen 28,10ss).

Mosé chiede al faraone di “partire per un viaggio di tre giorni nel deserto per celebrare un sacrificio al Signore” (Es 5,3). Tale viaggio è chiamato hag, ossia un pellegrinaggio a un luogo sacro per un culto a Dio. Il termine hag era riservato per le tre grandi feste ebraiche di pellegrinaggio: gli Azzimi, le Settimane, la Raccolta (cfr Es 23,14-17): la radice significa “danzare” e allude alle processioni e alle danze che anticamente erano riti di pellegrinaggio. Ancora oggi i mussulmani chiamano hag il pellegrinaggio alla Mecca.

Pure il cammino del popolo di Israele dall’Egitto al Canaan è presentato come un pellegrinaggio: infatti (Es 15) il movimento parte dall’Egitto e termina al “santuario” (v. 17), fondato dalle mani stesse di Dio: dalla terra di schiavitù il popolo esce per andare nella sfera della libertà donata da Dio attraverso il culto.

Del periodo dei Giudici conosciamo molti santuari, ai quali gli Israeliti si recavano in pellegrinaggio: Silo, sede dell’Arca, il monte Ebal (Gios 8,30), Bokim (Gdc 2,5), Mizpa di Galaad (Gdc 11,31 e 39), Betel (Gdc 20,26; 1Sam 10,3), Mizpa di Beniamino (1Sam 7,5), Galgala (1Sam 10,8), Gabaa (10,5) e Gabaon dove si recherà lo stesso Salomone appena eletto Re: “Il re andò a Gabaon per offrirvi sacrifici perché ivi sorgeva la più grande altura (1Re 3,4). Ai santuari il pellegrino andava per offrire sacrifici e per “consultare” il Signore (cfr. Gdc 20,18 e 26-28; 21, 2).

Durante l’epoca monarchica, Elia si reca in pellegrinaggio al monte Carmelo, (1Re 18), dove affronta i sacerdoti di Baal che rivendicavano il luogo sacro come proprio, e al monte Horeb origine e fonte della rivelazione attraverso Mosè. Intanto prende forma, piano piano, una legislazione sui pellegrinaggi, codificata in Es 23,14-17; 34,23-24; Dt 16,16. I profeti Amos e Osea si scagliano criticamente contro i pellegrinaggi, che diventano occasione di esibizionismo formalistico culto sterile staccato dalla vita (cfr Am 5,4-5; Os 12,12). La riforma di Giosia (1Re 23,23) cercò di eliminare tutti i santuari locali, concentrando i pellegrinaggi sull’unico luogo di culto, Gerusalemme (cfr. Dt 12).

Tutti i pellegrinaggi biblici sono “teocentrici”; cioè suppongono e mirano a una ricerca, una domanda circa Dio. La “consultazione” di Dio, che si cercava, era una domanda rivolta a JHWH, tramite un sacerdote o un profeta, in una situazione di necessità per poter giungere a una decisione tranquilla e sicura. Era in fondo una ricerca di senso che ogni uomo compie nella sua vita.

Lo svolgimento del viaggio, dunque, è una risposta ad un impulso interiore, con la coscienza di “essere cercati da Dio”. Nel santuario che è la mèta del pellegrinaggio, il credente ha una teofania, incontra finalmente il Signore (cfr. Gen 28,13: “Il Signore gli stava davanti”).

Il pellegrinaggio infatti è un viaggio verso un luogo santo, laddove la visita al santuario in questione forma insieme con il viaggio un’azione culturale. La “santità” del luogo è legata alla possibilità di incontro con Dio. Così ad Elia, che aveva camminato per 40 giorni e 40 notti fino al monte di Dio, l’Horeb, Dio dice, “Esci dalla caverna e fermati sul monte alla presenza del Signore”(1Re 19,11). E il Signore passò.

Normalmente tutte le feste di pellegrinaggio sono eventi collettivi (cfr. Lc 2,44): il pellegrinaggio è compiuto dalla comunità, almeno nel senso che si dà a un comune appuntamento al santuario. Esso è dunque un’esperienza di comunicazione e di condivisone affettiva e concreta. Offre cioè all’individuo un’esperienza comunitaria particolare, lontano dalle occupazioni quotidiane che rendono precari o alternati gli eventi comunitari. Nel pellegrinaggio si viaggia, si mangia, si prega, si canta insieme, comunitariamente, come nel Salmo 122, tipico canto di pellegrinaggio, in cui tutti si dichiarano fratelli e amici (v. 8), preoccupati della comune casa del Signore (v. 9), pieni di gioia di stare insieme (v. 1). Il pellegrinaggio dunque reinserisce un’esperienza particolare nel circuito comunitario dei credenti.

Ogni storia biblica di viaggio a un santuario è dominata dalla speranza di raggiungere la destinazione promessa, ma è soprattutto una domanda fatta con la speranza di giungere ad una risposta risolutiva del proprio “disagio”. Si parte solo perché si ha la speranza di “arrivare”, cioè di ottenere un bene spirituale, di fare un’autentica esperienza di Dio o di ricevere un dono particolare (ad es. una guarigione). Infatti si tratta di una speranza in Dio, fondata sulla Sua promessa e sulla Sua fedeltà. Tutto il cammino del popolo di Israele nel deserto è stato un pellegrinaggio pervaso nella speranza di raggiungere la terra promessa (ma è stato anche una tentazione di disperare!). Durante il pellegrinaggio la speranza, come per gli ebrei nel deserto, agisce come una forza spirituale capace di trasformare memoria, immaginazione, desideri consci e inconsci, conoscenza, valori; la speranza infatti rinnova, rigenera, fa emergere energie e risorse prima sopite, insomma trasforma. Si leggano ad es. i salmi di pellegrinaggio (Sal 120-134) per risentire evocato insistentemente il tema della speranza e, conseguentemente, quello della gioia che anima i pellegrini. Gioia e speranza fanno del pellegrinaggio una “festa”, ma soprattutto esse tendono a “cambiare” la personalità del pellegrino.

Avere una patria, essere senza patria, ritornare in patria sono elementi di ogni viaggio, dando a “patria” un senso analogico, anche di quel particolare tipo di viaggio che è il pellegrinaggio. La “patria” è simbolicamente l’origine, il fondamento, il destino di ogni esistenza umana. La “patria” è il luogo della propria famiglia, degli amici e dei parenti, delle proprie radici. Allora, il pellegrinaggio è la concretizzazione di una struttura antropologica di base che sottintende la ricerca delle proprie origini. Esso suppone uno spostamento, un desituarsi, un esodo per trovare la propria “patria”, cioè la propria identità. Per questo il pellegrinaggio ha una straordinaria forza rigeneratrice: come ogni ritorno alle origini, il pellegrinaggio simboleggia il rinnovamento nella luce e nella forza della grazia degli inizi. Chi lo compie con le debite disposizioni si trova rigenerato.

Di tal fatta fu l’esperienza fondamentale di Israele, l’Esodo dall’Egitto: esso fu un ritorno alla terra dei padri; in Canaan infatti erano sepolti i patriarchi. Esemplare in questa prospettiva, è anche il pellegrinaggio di Elia al Monte Horeb, luogo originario della rivelazione di Dio. Si consideri, inoltre, il caso di Abramo, il cui viaggio da Ur fino al Canaan è presentato come un pellegrinaggio: è infatti voluto da Dio e termina a Sichem, presso la quercia di More, dunque un santuario (Gen 12,6). Là infatti Abramo costruì un altare al Signore che gli era apparso (Gen 12,7).

L’Antico Testamento ricorre continuamente alle metafore della “via” e del “cammino” per indicare il dinamismo, ma anche le difficoltà e i pericoli dell’esistenza umana. Il pellegrinaggio è “andare alla Casa del Signore” (salmo 122,1), movimento verso un santuario che incarna simbolicamente la risposta ubbidiente del fedele al suo Dio. Viene così, in primo piano, nella spiritualità del pellegrino, la dimensione simbolica dei gesti, dei riti, degli eventi vissuti. L’intero viaggio diventa simbolo di “un viaggio interiore”. Anche la dimensione corporea dell’uomo (ad es. il camminare) è coinvolta in tale simbolismo vissuto.

Non manca nell’A.T., come abbiamo già accennato, la messa in guardia severa dai pericoli possibili che incombono sui pellegrinaggi. Come al solito, sono i profeti gli araldi critici di questo messaggio rivolto alla religiosità popolare fondata sui pellegrinaggi. Basterà ascoltare il grido di Amos(5,5-6):

“Non rivolgetevi a Betel,
non andate a Galgala,
non passate a Bersabea,
perché Galgala andrà tutta in esilio
e Betel sarà ridotta al nulla.
Cercate il Signore e vivrete”.

Il profeta enuncia qui la condizione essenziale senza la quale il pellegrinaggio è vuoto, destinato al nulla: è la ricerca sincera di Dio. Il pericolo principale, per i profeti, è lo scadimento di una concezione magica, automatica o fatalistica della religione. Al contrario di tutto ciò, i profeti predicano la fede personale, consapevole, libera e responsabile come fondamento di ogni atteggiamento religioso. I profeti condannano anche ogni forma di esibizionismo formalistico, l’esagerata ricerca del proprio interesse al posto della ricerca di DIO.

Concludendo il discorso sull’A.T., si può dire che esso (come in fondo tutta la Bibbia, che è lo specchio di ciò che muove l’uomo nel più profondo) non è forse nient’altro che un “diario di viaggio” che vuole accompagnare il pellegrino terreno verso la vera “terra promessa”, cioè la patria celeste.

Nel N.T. si possono riscontrare alcune tracce chiare della tradizione giudaica: la novità cristiana non è assoluta e non implica una rottura clamorosa con quanto precede, anche se lo rinnova e lo trasforma.

Le prime figure di “pellegrini” che incontriamo nel racconto evangelico (sia pure con motivazioni “non classiche”) sono, in fondo, Maria nel suo visitare Elisabetta e nel suo andare con Giuseppe a Betlemme; i Magi e i pastori alla Grotta. Maria e Giuseppe poi “portano Gesù al tempio” e fuggono in Egitto, rivivendo, in qualche modo, l’Esodo.

Gesù è presentato sovente nell’atteggiamento del pellegrino, ad iniziare dall’episodio di Lc 2,41-52, così significativo per la manifestazione della volontà di Gesù di “seguire la volontà del Padre”. Anche in seguito, durante la Sua attività pubblica, Gesù a volte prende parte a uno dei tradizionali pellegrinaggi. Notevole è l’episodio riferito in Gv 7,1-10. I suoi “fratelli” lo invitano a recarsi a Gerusalemme per la festa autunnale delle capanne e a farsi conoscere “al mondo”. Gesù dapprima rifiuta, ma poi si unisce alla festa di nascosto. Infine insegna ed effettivamente “si manifesta”. Dunque usa dell’occasione di questa festa – pellegrinaggio – come di un piedistallo per la Sua rivelazione. D’altra parte tutta la Sua vita pubblica è presentata dai Vangeli un po’ come un grande pellegrinaggio che porta Gesù “a salire a Gerusalemme”, dove vi si compirà la Sua missione.

Questi e altri simili esempi, mostrano un fatto generale: dal punto di vista del Vangelo, gli antichi pellegrinaggi in un certo senso sono superati; sono presentati come ancora attuali nella misura in cui, per così dire, si prestano ad essere strumentalizzati. Di fatto il N.T. non riferisce mai episodi nel quali Gesù manifesta una consapevole e intenzionale partecipazione a un pellegrinaggio in quanto tale. Né mai si dice che Egli sia l’organizzatore o l’animatore di una tale pratica religiosa. Né mai si ricordano Sue parole che la raccomandino ai discepoli per il futuro. D’altra parte, è altrettanto innegabile che nel Vangeli non si trova mai alcun accenno contrario: nessuna critica, nessun invito a trascurare i pellegrinaggi prescritti.

In mancanza di Sue parole, risulta quindi esemplare e normativo il comportamento di Gesù: Egli ha partecipato più volte a vari pellegrinaggi, ma non si è mai “fermato” ad essi. Coerentemente i discepoli mostrano di averli compresi come realtà buone che però devono assumere un diverso orientamento. In proposito si consideri per esempio la festa di Pentecoste (At 2): è chiaro che, se i discepoli probabilmente compiono le pratiche religiose tradizionali, essi però sperimentano tale festa soprattutto come incontro con l’azione del Signore. Anche l’esempio di Paolo, che nel N.T. è ampiamente documentato da vari punti di vista, conferma un simile atteggiamento: egli non esprime nessuna critica verso i pellegrinaggi (mentre, come è noto, più di una pratica religiosa viene da lui esplicitamente rettificata), ma neppure riafferma mai la loro importanza.

D’altra parte, pur senza esplicito riferimento ai pellegrinaggi, nel N.T. si parla molto di quell’atteggiamento che consiste nel “seguire” Cristo. Tra le due realtà è innegabile la analogia del movimento, cioè quella di abbandonare il proprio “luogo” per andare verso una mèta che si considera di gran valore. Le citazioni possibili a questo riguardo sono continue nel racconto e molto numerose (iniziando da Mt 4,20; Mc 1,20; Lc 5,11: “lasciato… lo seguirono”), lungo tutte le varie chiamate e comprendendo anche la “sequela” delle folle.

Dopo la Resurrezione, non si danno più le condizioni per un andare fisico dietro a Gesù nei Suoi spostamenti. Quindi il concetto di “sequela” si evolve in quello di discepolato: il discepolo “segue” Gesù (è un Suo seguace) nel senso che crede in Lui, obbedisce al Suo Vangelo, cerca di imitarlo. Questo è il senso della profezia di Gesù a Pietro prima della Passione (“mi seguirai più tardí”, Gv 13,36), riconfermata dal Risorto (“Tu seguimi”, Gv 21, 22). Per continuare, pensiamo a 1Pt 2,21 (“… perché ne seguiate le orme”) e ad Ap 19,14 (“seguono l’Agnello dovunque va”). Infine cfr. il “correre” verso la meta di Gal. e 1Cor.

Concludendo: il seguire Gesù è (anche) materiale quando Egli è visibilmente presente; la sequela continua dopo Pasqua, ma consiste nel credere in Lui, obbedire ai suoi insegnamenti, accogliere il Suo esempio… Sia prima che dopo, andare con Cristo implica percorrere il Suo cammino, unirsi a Lui, tendere ed assumere il Suo stesso atteggiamento, il Suo stile, il Suo destino. Perciò la sequela conserva sempre un aspetto degli antichi pellegrinaggi: in essa continua la tensione verso una mèta, il movimento di chi si orienta in una precisa direzione con la speranza e certezza di giungere ad un incontro che può modificare la propria vita. La differenza fondamentale consiste nel fatto che l’orientamento ora non è più soltanto geografico: la mèta non è data da un luogo ma da una Persona, che ha “distrutto il Tempio” sostituendolo con il Suo Corpo (cfr. Mt 26-27 e passi paralleli).

Si può quindi concludere che per il N.T. i pellegrinaggi non sono di per sè aboliti, ma possiedono valore nella misura in cui possono essere una maniera per andare verso Cristo.

A cura di Don Aldo BERTINETTI,
direttore dell’Ufficio per la Pastorale del Turismo,
Sport e Tempo Libero della Diocesi di Torino.

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